Dalla costruzione di una rete più forte e coesa alla valorizzazione del confronto tra le diverse esperienze territoriali. Il Presidente del Coordinamento Nazionale dei Difensori Civici delle Regioni e delle Province Autonome Italiane, Marino Fardelli, traccia il bilancio di quattro anni alla guida dell’organismo nazionale della difesa civica. Un percorso caratterizzato da una crescente dimensione istituzionale e internazionale, dalla condivisione delle buone pratiche e dalla volontà di rafforzare il ruolo dei Difensori civici come presidio di tutela dei diritti e di buon andamento della pubblica amministrazione.

Marino Fardelli è Difensore civico della Regione Lazio dal 2021 e Presidente del Coordinamento Nazionale dei Difensori Civici delle Regioni e delle Province Autonome Italiane. Al termine di un mandato che lo ha visto impegnato nel rafforzamento della rete nazionale della difesa civica, nel confronto tra le diverse esperienze territoriali e nella crescente proiezione internazionale del Coordinamento, traccia un bilancio di questi anni di lavoro.

Un percorso nel quale la difesa civica italiana ha rafforzato il proprio ruolo di presidio di tutela dei diritti, di dialogo tra cittadini e pubbliche amministrazioni e di promozione della buona amministrazione. Un’esperienza segnata dalla condivisione di buone prassi, dalla collaborazione tra i Difensori civici regionali e da un confronto internazionale che ha portato il modello italiano del Coordinamento Nazionale a essere osservato con interesse anche oltre i confini del nostro Paese.

In questa intervista, Marino Fardelli ripercorre i risultati raggiunti, le difficoltà affrontate, gli obiettivi ancora da realizzare e il valore umano e istituzionale delle relazioni costruite in questi anni con i colleghi e le colleghe della difesa civica italiana e internazionale.

Presidente, dopo quattro anni alla guida del Coordinamento Nazionale, qual è la prima immagine che Le viene in mente guardando a questo percorso?

La prima immagine è quella di una rete che ha camminato insieme.

Quando ho assunto la Presidenza del Coordinamento Nazionale, avevo ben chiaro che il mio compito non sarebbe stato quello di rappresentare semplicemente un organismo, ma di contribuire a rafforzare una comunità istituzionale.

La difesa civica italiana è composta da realtà diverse. Ogni Regione e Provincia Autonoma ha la propria storia, le proprie caratteristiche, le proprie esigenze e, talvolta, anche modalità operative differenti. Ma proprio questa diversità rappresenta una ricchezza, se viene messa a sistema.

In questi quattro anni abbiamo cercato di fare esattamente questo: trasformare le differenze in un patrimonio comune, condividere esperienze, discutere problemi, individuare possibili soluzioni e costruire una voce nazionale della difesa civica sempre più riconoscibile.

Il risultato più importante, a mio avviso, è che oggi il Coordinamento Nazionale è percepito sempre più come un luogo concreto di confronto e di elaborazione.

Qual è il risultato del quale va più orgoglioso?

Sicuramente aver contribuito a rafforzare il senso di appartenenza a una rete nazionale.

Il Coordinamento non è soltanto un organismo che si riunisce periodicamente. È un luogo nel quale i Difensori civici possono confrontarsi quotidianamente, condividere esperienze e affrontare insieme questioni che spesso, pur presentandosi in territori diversi, hanno una matrice comune.

Abbiamo cercato di rendere più strutturato questo confronto e di valorizzare il lavoro collegiale.

In questi anni abbiamo affrontato temi centrali per la vita dei cittadini: il rapporto con la pubblica amministrazione, il diritto di accesso, la sanità, i servizi pubblici, la tutela delle persone più fragili, la transizione digitale e, più recentemente, le grandi trasformazioni legate all’intelligenza artificiale e ai diritti emergenti.

Il Coordinamento ha anche sviluppato una dimensione internazionale sempre più significativa, attraverso il confronto con Ombudsman e Difensori civici di altri Paesi.

Il fatto che il modello italiano di confronto e condivisione tra Difensori civici regionali sia oggi osservato con interesse anche oltre i confini nazionali è motivo di grande soddisfazione.

Il Coordinamento Nazionale è stato spesso indicato come un modello di collaborazione. Perché?

Perché abbiamo scelto di non competere, ma di condividere.

In un sistema istituzionale nel quale spesso prevalgono la frammentazione e la ricerca di visibilità individuale, abbiamo cercato di costruire un metodo diverso.

La domanda non è stata: “chi rappresenta meglio la difesa civica?”, ma: “come possiamo insieme rendere più forte la difesa civica?”.

Questo approccio ha prodotto un metodo di lavoro che, a mio avviso, rappresenta uno dei risultati più importanti di questi anni.

Il confronto interno, la condivisione delle buone prassi e la possibilità di mettere a disposizione degli altri le esperienze maturate nei singoli territori hanno consentito di far crescere l’intera rete.

È un modello che ha suscitato attenzione anche a livello internazionale. In diversi contesti ho avuto modo di constatare come il lavoro del Coordinamento Nazionale italiano venga guardato con interesse proprio per la capacità di mettere in relazione esperienze diverse e di costruire posizioni condivise.

Questo è un risultato che non appartiene a una sola Presidenza. Appartiene a tutti i Difensori civici e a tutte le persone che, quotidianamente, lavorano nei nostri Uffici.

Qual è stata la difficoltà più grande incontrata in questi quattro anni?

La difficoltà più grande è stata probabilmente quella di lavorare in un contesto caratterizzato da una forte eterogeneità.

La difesa civica regionale italiana non dispone ovunque delle stesse condizioni, delle stesse risorse e delle stesse strutture. Esistono differenze importanti tra i diversi territori.

Per questo il lavoro del Coordinamento è stato, prima di tutto, un lavoro di equilibrio: cercare di tenere insieme esigenze diverse, senza perdere di vista l’obiettivo comune.

La difesa civica deve essere riconoscibile ovunque come un presidio di garanzia. Il cittadino deve poter trovare attenzione, ascolto e tutela indipendentemente dal territorio nel quale vive.

Naturalmente questo obiettivo non è ancora completamente raggiunto. Ma credo che in questi anni abbiamo fatto passi importanti nella direzione giusta.

Ci sono cose che avrebbe voluto realizzare e che non è riuscito a portare a compimento?

Sì, certamente. Ogni bilancio serio deve avere anche l’onestà di riconoscere ciò che non è stato possibile realizzare. Avrei voluto rafforzare ulteriormente la presenza della difesa civica in tutte le Regioni italiane e contribuire a una maggiore uniformità nella presenza e nell’organizzazione degli Uffici. Siamo sulla buona strada.

Avrei voluto fare di più per avvicinare la difesa civica ai giovani, alle scuole e alle nuove generazioni, perché la conoscenza dei diritti e degli strumenti di tutela dovrebbe iniziare molto prima che si presenti un problema concreto. L’esperienza messa in campo nella Regione Lazio con il progetto “Il Difensore civico tra i banchi di scuola” è una buona base di partenza.

Avrei voluto realizzare una piattaforma nazionale ancora più strutturata per la condivisione delle buone prassi, delle esperienze e degli strumenti di lavoro.

Avrei voluto dedicare ancora più tempo alla formazione comune e alla costruzione di percorsi condivisi per il personale degli Uffici.

E, naturalmente, avrei voluto poter incidere maggiormente sul riconoscimento istituzionale della difesa civica e sulla necessità di una presenza più omogenea di questo presidio sul territorio nazionale.

Non tutto è stato possibile.

Ma credo che anche ciò che non siamo riusciti a fare possa rappresentare un’eredità positiva per chi continuerà questo percorso. Ogni Presidenza non dovrebbe mai considerare il proprio lavoro come un punto di arrivo, ma come una tappa.

Quale ruolo deve avere oggi un Difensore civico?

Il Difensore civico deve essere un ponte.

Un ponte tra il cittadino e la pubblica amministrazione. Tra la domanda di tutela e la complessità delle procedure. Tra il diritto riconosciuto e il diritto effettivamente esercitato.

La difesa civica non può sostituirsi all’amministrazione, né può diventare un organo di contrapposizione permanente.

Il suo compito è diverso e, proprio per questo, prezioso: ascoltare, comprendere, verificare, dialogare e contribuire a individuare soluzioni.

In un tempo nel quale la fiducia nelle istituzioni è una risorsa fragile, la capacità di creare dialogo è una forma concreta di tutela democratica.

Il Difensore civico deve essere, allo stesso tempo, vicino al cittadino e rispettoso delle istituzioni. Deve saper ascoltare la persona che si sente sola di fronte alla burocrazia, ma anche aiutare l’amministrazione a comprendere dove esista un problema e come sia possibile affrontarlo.

In questi anni il Coordinamento ha rafforzato anche la propria dimensione internazionale. Quanto è importante questo confronto?

È fondamentale.

I diritti non conoscono confini e le sfide che oggi affrontano le istituzioni di garanzia sono spesso comuni.

La trasformazione digitale, l’intelligenza artificiale, la crisi climatica, la tutela delle persone vulnerabili, il rapporto tra cittadini e amministrazioni pubbliche: sono temi che attraversano tutti i Paesi.

Il confronto internazionale ci consente di comprendere che esperienze diverse possono offrire risposte utili anche al nostro sistema.

Ma c’è anche un altro aspetto: attraverso la dimensione internazionale possiamo raccontare ciò che di positivo esiste in Italia.

In questi anni ho incontrato Ombudsman, Difensori civici e istituzioni di garanzia di molti Paesi. Ho avuto modo di constatare quanto interesse susciti il lavoro che il Coordinamento Nazionale svolge al proprio interno.

La nostra capacità di confrontarci, di condividere e di costruire insieme rappresenta un patrimonio che dobbiamo continuare a valorizzare.

Qual è il pensiero che rivolge ai colleghi con i quali ha condiviso questi anni?

È difficile racchiudere in poche parole ciò che rappresentano questi anni. Ho conosciuto colleghi e colleghe che, nel tempo, sono diventati amici e amiche. Ho incontrato persone con storie, sensibilità e percorsi diversi, ma unite dalla stessa convinzione: che la difesa civica abbia ancora un ruolo importante da svolgere nella nostra società. A ciascuno di loro voglio dire grazie. Grazie per il confronto, anche quando non siamo stati d’accordo. Grazie per la disponibilità, per la collaborazione e per la fiducia.

Grazie per aver condiviso con me momenti di lavoro, trasferte, riunioni, difficoltà e risultati. Il Coordinamento Nazionale ha fatto un balzo in avanti in questi anni, ma questo non è stato il risultato del lavoro di una sola persona.

È stato il risultato di una squadra. E quando guardo al percorso compiuto, penso soprattutto alle persone che ho incontrato e alle relazioni che si sono costruite. Alcuni colleghi hanno concluso il loro mandato, altri sono arrivati da poco. La rete, però, continua. Ed è proprio questa la sua forza.

Se dovesse riassumere in una frase il bilancio di questi quattro anni?

Direi che abbiamo dimostrato che la difesa civica può essere una realtà dinamica, moderna e capace di guardare al futuro.

Abbiamo dimostrato che il confronto non indebolisce le istituzioni, ma le rafforza. Abbiamo dimostrato che la condivisione delle esperienze non significa rinunciare alla propria identità, ma mettere le proprie competenze al servizio di una comunità più ampia. E abbiamo dimostrato che, anche in un sistema caratterizzato da differenze territoriali e organizzative, è possibile costruire una rete nazionale capace di dialogare, confrontarsi e rappresentare un punto di riferimento.

Quale messaggio invia al Coordinamento?

Di non perdere mai il valore del confronto. Il Coordinamento Nazionale deve continuare a essere una casa comune. Una casa nella quale ogni Difensore civico possa sentirsi rappresentato, ascoltato e parte di un progetto. Il futuro ci porrà davanti a sfide ancora più complesse. L’intelligenza artificiale cambierà profondamente il rapporto tra cittadini e amministrazioni. La transizione digitale porrà nuove questioni di accesso e di uguaglianza. I cambiamenti climatici avranno conseguenze sempre più rilevanti sui diritti fondamentali.

In questo scenario, la difesa civica dovrà essere capace di rinnovarsi senza perdere la propria identità. Dovrà continuare a essere un presidio umano in una società sempre più tecnologica. E dovrà ricordare sempre che, dietro ogni istanza, ogni segnalazione e ogni richiesta di aiuto, c’è una persona.

Presidente, qual è il sentimento che attraversa questo scorcio di fine mandato?

La gratitudine. Gratitudine per aver avuto l’opportunità di servire la difesa civica italiana. Gratitudine per le persone incontrate.

Gratitudine per i colleghi e per le colleghe che hanno condiviso questo percorso. Gratitudine per chi ha creduto nel lavoro del Coordinamento e per chi, spesso lontano dai riflettori, ogni giorno lavora negli Uffici per dare una risposta ai cittadini. Non tutto ciò che avevo immaginato è stato realizzato. Ma credo che il Coordinamento Nazionale sia oggi più forte, più conosciuto e più riconosciuto di quattro anni fa.

E soprattutto credo che sia più consapevole della propria forza. La forza di una rete non è nella singola persona che la guida, ma nella capacità di tutte le persone che ne fanno parte di camminare insieme. Se questi quattro anni hanno lasciato qualcosa, spero sia proprio questo: la consapevolezza che insieme possiamo fare la differenza. Perché la difesa civica, prima ancora di essere un’istituzione, è una responsabilità. La responsabilità di non lasciare solo il cittadino davanti alla complessità. La responsabilità di difendere i diritti.

La responsabilità di rendere più forte, ogni giorno, il rapporto tra persone e istituzioni.